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31/05/2015 - Vercelli - Pagine di Fede
PADRE ENRICO MASSERONI CITTADINO ONORARIO DI VERCELLI - Mite e forte, la Lectio Magistralis, momento alto della cerimonia - Monito alla politica, la città dell’uomo nuova Babele se abbandona il disegno di Dio
PADRE ENRICO MASSERONI CITTADINO ONORARIO DI VERCELLI - Mite e forte, la Lectio Magistralis, momento alto della cerimonia - Monito alla politica, la città dell’uomo  nuova Babele se abbandona il disegno di Dio
Padre Enrico Masseroni

Della bella e semplice cerimonia nel corso della quale è stata conferita la cittadinanza onoraria di Vercelli a Padre Enrico Masseroni, resta tra le tante – che offriamo nella nostra gallery, insieme al filmato con l’integrale della Lectio Magistralis del Presule:


http://www.vercellioggi.it/dett_video_notizie.asp?id=2421

 

un’immagine che ci pare la sintesi di un discorso.

E’ l’immagine del Sindaco e dell’Arcivescovo Emerito che si danno la mano – ma forse meglio dire “si tengono” la mano l’uno con l’altra – sottolineando così un legame di reciproca fedeltà ad un’idea.

L’idea di un’appartenenza, l’appartenenza alla Città, la fedeltà alla Città ed al suo popolo,  illustrata in quella scritta che campeggia sullo stendardo civico:”Potius mori, quam foedari”.

Significa – tradotto con qualche libertà – meglio morire che tradire.

Il linguaggio è forse un po’ arcaico, ma il pensiero è sempre nuovo e sigillato per ciascuno di noi, quando intende porsi alla guida ed al servizio della comunità.

Per un Vescovo, la Chiesa locale è addirittura sposa.

Per il laico cristiano che faccia politica, che si occupi di pubblica amministrazione, la fedeltà più esigente è quella al bene comune, al servizio.

***

Quando, nell’aprile scorso, si diffuse la notizia della Cittadinanza Onoraria di Vercelli conferita a Mons. Enrico Masseroni, la condivisione ed il consenso furono unanimi.


http://www.vercellioggi.it/dett_news.asp?id=61827


Davvero, la Giunta Comunale ed il Sindaco colsero la sintonia con una gran parte dell’opinione pubblica, che ha sempre considerato questo Pastore mite quanto tenace, come un padre.

E, in effetti, lui ha sempre preferito essere chiamato così, piuttosto che con i titoli peraltro dovuti di Monsignore, oppure Eccellenza.

Non era, invero, solo una espressione della sua particolare sensibilità, umile e cordiale: coglieva anche così il messaggio conciliare.

Quando avemmo il privilegio di incontrarlo la prima volta, nel 1994, ci dissero quindi: non chiamarlo Eccellenza, chiamalo “Padre”.

La cosa ci disorientò un po’ e chiedemmo: ma appartiene forse ad Ordine monastico? E’ per caso un Vescovo che venga dalle fila dei Francescani o dei Domenicani?

Non so – rispose la nostra Collega  monregalese – però preferisce essere chiamato Padre.

Così salimmo in Episcopio a Mondovì Piazza e facemmo la conoscenza di questa straordinaria persona, introdotti al suo Studio da Don Corrado Avagnina, Direttore del settimanale diocesano “L’Unione Monregalese”.

Era da poco stata pubblicata la Lettera Pastorale 1993 / 1994 “La torre e la città – Il Vangelo nel sociale”.

Fu un testo illuminante e non abbiamo potuto fare a meno di ricordarlo sabato 30 maggio, nella Sala del Trono in Arcivescovado a Vercelli.

La sobria cerimonia ha visto la partecipazione di molte Autorità, Sacerdoti, Religiosi e Religiose.

C’era naturalmente Mons. Marco Arnolfo, che ha raccolto il testimone di Padre Enrico, mostrandosi ad un tempo umile e grande: non ha voluto disperderne il patrimonio di saggezza  e amore ed ha insistito perché il suo predecessore non si ritirasse dalla Diocesi, non se ne allontanasse, restando invece qui, sempre a disposizione per un consiglio, un ricordo, ma soprattutto sempre dedito al ministero della preghiera, che è così importante, quanto mai abbastanza frequentato.

Ebbene, nei discorsi delle Autorità è più volte ritornata la citazione di un’altra fondamentale opera del Presule, “Il Vangelo, buona notizia per la città” che da quella lontana lettera pastorale attinge evidenti aspetti prodromici, dalla attualità mai sfiorita.

Talchè forse meriterebbe promuoverne una ristampa.

Poiché, al di là degli accenti necessariamente “di contesto” (la Lettera Pastorale parla della Diocesi alla quale si rivolge) il messaggio che reca è del tutto originale e certamente non ha perso la propria forza persuasiva.

***

Perché quel titolo “La torre e la città”?

Perché la politica, modalità esigente di esercitare la carità, pone al centro della propria missione proprio la città dell’uomo.

Quella città che i nostri lontani progenitori ad un certo punto della loro “emigrazione dall’oriente” vogliono edificare, innalzandovi una torre:”Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome”.

Sappiamo come vanno le cose.

Quella città è Babele e la torre è quella costruzione umana destinata a crollare.

Non già – non tanto – perché essa volesse dire di una sfida.

La torre era, in fondo, uno zigurrat, cioè una di quelle costruzioni piramidali destinate al culto.

Quei nostri remoti progenitori volevano, in fondo, costruire un tempio. Volevano un luogo dove pregare.

Allora, dove stava il problema?

Il problema stava in un aggettivo.

Perché erano sbagliati i presupposti.

Sicchè l’Eterno vide che quello era l’inizio della “loro” opera.

Non desideravano cooperare alla realizzazione dell’Opera.

Volevano fare le cose a modo loro.

Lasciando la sequela del Padre per dominare il mondo secondo lo spirito del tempo.

L’Uno viene abbandonato per il molteplice.

Farsi “un nome” non è tanto o solo esigenza sociale e civile, bensì reca già la corruzione di questa idea nella idolatria identitaria.

Poiché anche l’identità può essere un idolo.

Ed è così fatale che quell’impresa riveli la propria fragilità, a partire dalla comunicazione che diventa difficile, confusa, impossibile nella inevitabile eterogenesi dei fini e dei significati. Proprio come quelle imprese umane – citiamo – “realizzate sulla sabbia dei propri costrutti ideologici. Assolutizzando il mondo, senza o contro Dio”.

***

La Parola si radica dunque nella città dell’uomo per fissare un vincolo capace di assicurare la fedeltà dell’azione alla missione, la coerenza dei comportamenti ai princìpi.

Certo, non è  facile.

Per chiunque, ma soprattutto per un cristiano “nel” mondo, ma non “del” mondo, è talvolta insistente la tentazione della fuga.

La fuga dalla storia, oppure la fuga dalla fede.

Come è difficile ed in fondo ingrato assumere responsabilità nel mondo del lavoro, della vita pubblica.

Oppure, di contro, come è difficile testimoniare la propria fede nel mondo, soprattutto se chiamati a responsabilità pubbliche.

***

Potius mori quam foedari”, deve forse pensare Padre Enrico anche quando pronuncia la parte più difficile del proprio discorso.

Perché a quell’idea lui ha sempre creduto davvero.

Non può abbandonare la fedeltà al disegno di Dio, proprio lui che sa così bene e non da oggi come vadano a finire le cose quando ci si ferma a Babele.

E se fino a quel momento tutti i volti dei presenti, sabato nella Sala del Trono, erano parsi come rapiti in estasi, ora giunge, per qualche sopracciglio, il momento di inarcarsi.

Perché il Presule è chiaro: le fedeltà sono servizio, bene comune, ma anche “profezia”.

E spiega subito cosa intende, chiarendo che quella terza “urgenza” non è meno importante delle precedenti.

Forse – avverte – potrebbe risultare strano l’accostamento tra politica e profezia”

Eppure la profezia in politica è una condizione quanto mai urgente – ammonisce – è una condizione necessarie per restituirle salute e credibilità”.

E’ capacità di cogliere i segni dei tempi, di interpretare in modo lungimirante i bisogni, condizioni sociali, le povertà.

Ma fin qui, le sopracciglia sono ancora imbricate.

La parola di Padre Enrico diventa segno di contraddizione quando avverte: profezia  è il rispetto serio della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento al tramonto.

Senza cedere – rincara – ai rigurgiti di ideologie passate o presenti che presto o tardi denunciano il loro fallimento (siamo attorno al minuti 13, poco prima, del video).

Giovanni Paolo II – ricorda – di fronte all’ateismo dell’Unione Sovietica” ne prevedeva la fine poiché: tutto ciò che è contro l’uomo è destinato a cadere.

Oggi – prosegue – la politica si trova di fronte ad un’altra sfida che non possiamo ignorare. Quella sfida che il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin ha denunciato in questi termini: il “sì” dell’Irlanda è una sconfitta per l’umanità”.

Così attinge dalla fede la forza per pronunciare, con mite insistenza la verità che attinge dalla fede:”La famiglia rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difenderla, tutelarla, promuoverla. Colpirla, sarebbe come togliere la base all’edificio del futuro dell’umanità”.

La fedeltà al disegno di Dio è una fedeltà difficile, ma assolutamente necessaria ed urgente.

Potius mori quam foedari, appunto.

Certo – prosegue – gli uomini e le donne che radicano la loro azione politica nell’humus della fede sono particolarmente impegnati a non tradire questi valori ed a trarre ispirazione, forza creativa e profetica con il coraggio della coerenza”.

Sono parole chiare, non equivoche.

Sono – evidentemente – un punto di vista. Il punto di vista del credente.

Forse qualcuno non se le aspettava, forse avranno potuto meravigliare chi non conosca Padre Enrico.

Un Vescovo che a differenza, forse, di qualcuno dei suoi predecessori, crede in Dio.


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