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21 September 2019 | Vai alla Prima Pagina
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09/09/2019 - Vercelli - Economia
NUTRI LA TUA VOGLIA DI RISO - Promuovere il prodotto nazionale non vuol dire giocare in difesa, ma crescere insieme - Perciò, dalla semina al... "racconto", incominciamo a conoscere Gian Mario l'Acquaiolo
NUTRI LA TUA VOGLIA DI RISO - Promuovere il prodotto nazionale non vuol dire giocare in difesa, ma crescere insieme - Perciò, dalla semina al... "racconto", incominciamo a conoscere Gian Mario l'Acquaiolo
Nel riquadro a sinistra Paolo Carrà, Presidente dell'Ente Nazionale Risi - Oggi a Vercelli

Siamo davvero convinti che il riso italiano sia meglio di quello che arriva dall’Oriente e costa meno?

Perché se non siamo convinti di questo, non è possibile che possiamo chiamare progresso la reintroduzione di un dazio.

I Padri fondatori dell’Europa non l’avrebbero pensata in questo modo, almeno.

Per fare dire una cosa del genere – ad esempio – a Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman e, più tardi, Altiero Spinelli, ci sarebbe voluto il forcipe.

Eppure, pochi mesi fa tutti abbiamo salutato con sollievo il fatto che l’Unione Europea avesse, per una volta, forse perché non ci hanno pensato bene, tutelato una produzione italiana.

Soprattutto italiana, nell’ambito della Ue (rappresentiamo oltre il 50 per cento della superficie coltivata continentale), ma gli ettari di terra investiti a riso nello Stivale, che significa soprattutto in Pianura Padana, stanno come potrebbe stare una bicicletta che si confronta con una portaerei, se paragonati alla vastità dei terreni agrari coltivati a riso nel Mondo: 230 mila ettari circa (in Italia), contro i 150 milioni di ettari e di questi almeno i tre quarti in Asia.

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Da sempre si è scontato un certo fatalismo figlio, anche, di un’idea riduttiva e caricaturale di “globalizzazione”, come se il distillato di sapienza popolare già proprio dei nostri nonni “il Mondo è tutto attaccato insieme”, si dovesse improvvisamente idolatrare come chiave di lettura dei rapporti sociali, umani, etnici, economici planetari (per ora, salvo non rassegnarsi al limite, forse angusto, della ionosfera).

Il Mondo è tutto attaccato insieme, sì, certo, ma il grande, stupefacente e provvidenziale mosaico è composto di tante tessere.

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Ma la domanda ritorna: è realistico pensare di tutelare il riso che produciamo qui da secoli, di fronte all’avanzata dell’ immensamente più grande produzione asiatica?

E’ necessario?

Possiamo farcela?

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La risposta a queste domande è più facile, pensando alla coltura con le categorie della cultura.

Che – almeno, dal punto di vista etimologico – significa parlare della stessa cosa.

Dobbiamo crescere, deve crescere la nostra consapevolezza.

Non c’è possibilità di affrontare una sfida planetaria senza una forte motivazione interiore, capace di sostenere un compito che, già in proprio, fa tremare i polsi.

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Come facciamo, dunque, a “convincerci” che si debba difendere il riso italiano?

Come facciamo a capire che è un patrimonio di tutti, quindi di ciascuno?

Che è meglio – si passi il parallelismo – bere un bicchiere di Gattinara (non di più, magari), piuttosto che rassegnarsi all’idea del “pensiero unico” enologico, omologatore e commercialmente aggressivo, in nome di una quantità che appaga – forse e solo – il bisogno di un tasso alcolemico un po’ corretto all’insù, quando arriva lo spleen?

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Dunque bisogna lavorare su noi stessi, sull’informazione di cui siamo destinatari, ma che dobbiamo anche saperci cercare.

Non rassegnarsi non significa assumere posizioni massimaliste né difensive.

Tutela non è conservazione, né ridotta arretrata che si oppone al progresso

E’ l’esatto opposto.

Significa sapere e saper spiegare perché vale la pena di tutelare un nostro prodotto: ma allora bisogna che abbiamo gli elementi e strumenti e – si conceda – anche le basi sentimentali per sentirlo come “nostro”.

Magari anche mettendo per un momento sullo sfondo alcune ragioni – pur sacrosante – che, però, indicano un atteggiamento difensivo.

Qualche esempio: non mangiate il riso orientale perché è inquinato.

Vero, ma quante sono le filiere alimentari mondiali che – allora – dovrebbero essere controllate con severità?

Oppure: non mangiate il riso orientale perché lo coltivano bambini costretti a condizioni di lavoro ingrate.

Vero e questa è certamente un’evidenza intollerabile, di fronte alla quale non si può voltare la faccia dall’altra parte.

Esattamente come quella – che, invece, preferiamo ignorare – che ci pone di fronte alla contraddizione con la quale siamo alle prese, carezzandola in continuazione: quanto guadagna e quanti anni ha la persona che fabbrica il nostro smartphone?

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Come per le Stagioni, non ci sono più le contraddizioni di una volta.

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Dunque la promozione di una coltura passa necessariamente per una nuova cultura, una nuova e diversa nozione di sé.

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Non è facile.

L’Ente Nazionale Risi ha compreso che la strada è stretta, ma è la sola.

E così presenta una campagna di divulgazione, che è il primo passo (l’informazione) perché il nostro patrimonio di nozioni su ciò che il riso italiano può rappresentare per il consumatore e per il cittadino italiano sia arricchito e reso fecondo.

L’idea guida – illustrata oggi a Vercelli dal Presidente Paolo Carrà – è “Nutri la tua voglia di Riso”.

Perché l’intuizione ha, tutto sommato, colto un elemento reale: la gente, il popolo, non soltanto nella veste di consumatore, ha piacere, ha voglia di sapere qualcosa di più sul riso.

Così prende le mosse una campagna che si svilupperà nel tempo, adeguatamente pervasiva di vari contesti sociali.

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Tra i tanti modi di comunicare, uno ci è sembrato più efficace, del resto tradotto in un titolo eloquente: dalla semina al racconto.

Un’allitterazione che – si direbbe a poker – dichiara subito il colore, senza lasciare nulla al caso, perché i filmati che ci prendono per mano, portandoci a conoscere ( o ripassare ) il modo di produrre e vivere il mondo del riso sono stati diretti nientemeno che da Matteo Bellizzi.

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Li riproporremo giorno per giorno sui nostri Portali: sarà il nostro modesto contributo non già per insegnare nulla a nessuno, ma per testimoniare un modo di crescere insieme in consapevolezza e cultura.

Per esempio, seguendo la giornata di Gian Mario, di professione Acquaiolo (partiamo proprio dal primo passo: il momento fondativo del ciclo colturale), imparando, tra l’altro, che Acquaiolo in Inglese si dice “Water manager”.

Come il panettiere si alza tutte le mattine alle 4 per garantire il pane alle 7 e mezza, io devo garantire l’acqua a tutti, in qualsiasi orario

Il mondo di Gian Mario è fatto di acqua e canali, è uno degli Acquaioli che presidiano il territorio per gestire e regolare l’irrigazione in risaia.

In questo episodio ci infiliamo gli stivali di gomma e impariamo a conoscere come funziona un mestiere affascinante e ricco di storia.

Un mondo che è il nostro mondo, una Storia che è la nostra.

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